Adelchi Galloni, illustratore bambino

Apologia del disordine, gusto della ricerca, piacere della sorpresa

00coverdi Giorgio Perlini

C’era una volta un’epoca in cui si riusciva a tenere il conto di quanti libri uscivano in un anno, specie se questi erano concepiti nell’ambito “per bambini”. I librai avevano le idee chiare nel consigliare i clienti, ed i confini ristretti delle proposte non erano necessariamente limitativi, la qualità era quasi sempre alta ed era facile distinguere il bello dal brutto. La più ricca collana di libri per bambini si fregiava del titolo “Le pietre preziose” ed era edita da Arnoldo Mondadori. Era nata nel 1960 e nel 1973 aveva raggiunto una sessantina di titoli. Proponeva cartonati coloratissimi e di grande formato, dei quali credo siano indimenticabili un inconfondibile profumo di carta e la pagina con il marchio a secco della Siae, che tanto stimolava per essere l’unica con effetto tridimensionale, le dita dei bambini che ripercorrevano la scritta circolare quasi fosse un un labirinto in cui scovare l’uscita. La serie era composta con disinvolto eclettismo, e riusciva a mettere insieme le opere dell’americano Richard Scarry, che stavano già diventando dei classici, le versioni illustrate dei lungometraggi Disney, che costituivano il traino del tutto, qualche libro con personaggi già collaudati in Francia come Barbapapà ed alcuni prodotti interamente italiani. Questi ultimi, appositamente creati, costituivano la novità dell’iniziativa ma non riuscivano a spiccare in mezzo alle altre perle della collana. Alcuni dei disegnatori coinvolti, come Grazia Nidasio e Giulio Bertello, avevano indiscusso talento eppure il libro tutto italiano stentava a vendere e neanche la presenza del nume tutelare Vittorio Accornero riusciva a cambiare la situazione.

Fin quando nel 1973 venne pubblicato Robin dei pirati, un’avventura bambinesca scritta con brio ironico e ritmo crescente da Ermanno Libenzi ed illustrata con altrettanta vivacità da Adelchi Galloni. Vi si racconta di un ragazzino che vive col nonno all’interno di uno scalcagnato faro di cui è anche il guardiano finché non viene rapito assieme a tutta la popolazione maschile del villaggio da pirati inglesi per essere trasformato in vero lupo di mare. Tornerà allegramente a casa su di una macchina aerea dopo essere sfuggito al pirata Morgan, aver navigato da solo sull’Olandese Volante, aver gabbato il capitano Achab sviandolo dalla rotta di Moby Dick, aver collaborato con il capitano Nemo alla cattura della piovra gigante, incontrato Robinson Crusoe e collaborato con Cornelius van Tulip, personaggio parodia dell’inventore geniale dei romanzi fantascientifici. La storia, vero condensato di trovate assurde tra cui spicca il vascello pirata trasportato sull’albero dalla tempesta, riesce a restare allegra anche quando il registro dovrebbe essere drammatico. I disegni prendono il sopravvento fin dalle prime pagine, e sembrano eseguiti per stimolare l’osservatore nella ricerca dei dettagli nascosti. Tentacoli che escono dalla stiva, cavalli in cima ai pennoni, vespe trafitte da pugnali, caraffe da te appese alla mercé del vento, mani e volti che sporgono da sportelli e botole che si aprono dove non potrebbero trovarsi, anelli di diamante infilati sugli uncini e sui baffi dei pirati, pistole col tappo di sughero, squali imbracciati come armi da taglio, fiori nella bocca dei cannoni, scarpe ricavate dalle zampe dei felini carnivori. Nel fitto di queste illustrazioni buffe certi personaggi possono avere dimensioni quattro o cinque volte quelle degli altri e possono avere i baffi verdi. Tutte le tavole sono impostate con grovigli di soggetti di senza volume, dove ogni cosa ha la stessa importanza e partecipa alla costruzione del tutto. Figure ed ambiente vengono delineate con un segno costante, che non si assottiglia e non si allarga, dunque primo piano e sfondo hanno il medesimo – sottile e tremolante – spessore, né vi è accenno alle ombre. Ad aumentare l’effetto disordinato contribuiscono i colori, scelti senza una apparente selezione d’accordo. E’ palese l’immedesimazione dell’artista nel ruolo del bambino lettore, la capacità di colpire nel segno ben conoscendo le aspettative di un’età in cui si desidera, magari senza esserne coscienti, l’immersione completa dentro alle illustrazioni. Galloni capisce che bisogna disegnare conservando la spontaneità infantile dentro alla consapevolezza dell’adulto. Al di sotto di ogni tavola c’è una progettazione che si dispiega attraverso prospettive e costruzioni complesse il cui tratto abilmente insicuro deve far sparire agli occhi dei bambini. Io ricordo bene l’impressione che provocava quel libro in me e anche nei miei amici: era come se l’avesse disegnato uno di noi, però più bravo. Rispetto ad altri disegnatori che pure avevano avuto una simile intuizione, Galloni risultava credibile. Per gli altri veniva il dubbio che fossero un po’ scarsi, ed impegnandoci li avremmo potuti battere col prossimo cartellone scolastico. Inoltre il segno non soggetto a controllo dell’artista risulta pieno di energia e delinea fisionomie sempre simpatiche, anche quando i personaggi sono cattivi. In quel libro che da strumento di lettura diventa gioco alla ricerca del bizzarro-ridicolo forse il maggior punto di forza è costituito dalle scenografie: ambienti che sembravano infiniti inquadrati dall’alto e dal basso con una sensazione quasi di vertigine e l’orizzonte curvo come nelle foto scattate con un grandangolo spinto. Dove aveva imparato questo disegnatore a comporre in modo tanto efficace? Nel 1968 Galloni, a soli 32 anni, era stato lo scenografo di un celebre cartone animato diretto da Gino Gavioli, Putiferio va alla Guerra, una delle opere italiane più interessanti del genere. I fondali del film erano splendidi, dipinti con un lavoro enorme di luci e colori originalissimi. Riscosse un certo successo, ne uscì una ricercata pubblicazione in tre volumi con allegati dischi in vinile, poi il tutto scomparve dalla circolazione. Oggi il film risulta in restauro digitale da diversi anni e credo che ad attendere un’edizione in dvd siano veramente in tanti.

Lo scrittore Libenzi, ben compresa la forza del suo collaboratore, scrisse altri due libri, Le straordinarie avventure di Baciccia nell’Africa misteriosa e Baciccia nel Far-West, le cui storie, piuttosto scarne, sono più che altro concepite come contenitori di luoghi e situazioni tipiche dell’immaginario avventuroso, nel quale il disegnatore poteva scatenarsi ed introdurre anche elementi non previsti nello scritto. Dal genere piratesco, che contemplava non solo il mondo del galeone ma anche quello dei fondali marini, dei fari sulle scogliere, delle tempeste sull’Oceano, dei relitti inabissati e delle isole selvagge, senza dimenticare i favolosi tesori, il Nautilus (che guarda caso è divenuto giallo) e l’antro dell’alchimista, si passava alle esplorazioni delle giungle africane, i deserti ed i predoni, i Pigmei, i Watussi, le scaturigini del Nilo, il Kilimangiaro, gli animali feroci, le miniere di Re Salomone e gli sceicchi malvagi, sempre con divertita ironia. Quel ragazzino che rievocava Peter Pan nelle azioni e Robin Hood nel nome, lascia il posto al pacifico e cortese, ma comunque determinato, fotografo Baciccia (soprannome di origini liguri come quelle del disegnatore). Il gioco del cerca-trova dentro le tavole si fa più arduo e, sebbene sia lampante che ci si debba mettere alla ricerca, il divertimento è costituito dal fatto che non si capisce cosa bisogna cercare. Gli elementi inaspettati nascosti nelle figure conferiscono un gusto surrealista all’operazione. Medesimo meccanismo per il terzo volume, dove Salgari, Melville e Stevenson vengono sostituiti da altra tipologia di classici, quella di John Ford, senza dimenticarne il geniale rinnovamento da parte di Sergio Leone, che allora aveva già girato alcuni capolavori; le diligenze, l’attacco degli indiani, i canyon assolati (quanta somiglianza con certe scenografie del cartone animato di Bruno BozzettoWest and Soda), la carica dei bisonti, i Bounty Killer, il saloon, le partite truccate, e ovviamente i cazzotti. Si conferma il ritmo narrativo forsennato ed anche i disegni si susseguono senza posa, sempre distesi sulle doppie pagine. Lo stereotipo dell’illustrazione concepita per sintetizzare il racconto viene scardinato; la narrazione è un esile canovaccio che non riuscirebbe mai a raccontare tutto ciò che si vede.

Con questi tre albi “Le pietre preziose” trovarono finalmente l’autore italiano di punta, l’illustratore che poteva inserirsi in un confronto con i grandi stranieri, ed infatti i libri si pubblicarono anche in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna (1). Il segno è originale ma anche depositario della cultura dell’epoca e trova spunti nei cartoni animati di Carosello ed in quelli del Professor Balthazar (giunti sulla televisione italiana nel 1971), nella beatlesmania di Yellow Submarine (1968), e ne Le avventure dei Mellops (ai tempi non ancora pubblicate in Italia), stabilisce corrispondenze con la grafica di certe campagne pubblicitarie storiche, come le “Sardomobili” di Gilberto Filippetti (2) per la Vespa Piaggio, anticipa la gestualità di Quentin Blake ed il caos certosino di Guillermo Mordillo e Loup, i cui puzzle, un decennio dopo, manderanno fuori di senno gli appassionati di rompicapo. Eppure dell’apporto così determinante dei tre libri sembrano essersi accorti in pochi, nonostante il successo spinse al proseguimento delle pubblicazioni. A Galloni venne allora affidato La tigre a scacchi, del quale scrisse anche i testi, libro dove l’avventura si sposta in India verso un immaginario di reminiscenza salgariana. Il segno si fa più ordinato e compare uno studiato chiaroscuro a tratteggio che rende le immagini corpose. Dopodiché l’artista passò all’illustrazione dei veri classici, interpretati spingendo sull’aspetto più allegro e comico: Il giro del mondo in 80 giorni, I viaggi di Gulliver ed Il Barone di Munchausen del 1978. Il tratteggio chiaroscurale diventa elemento fondante delle tavole, fitto fino al drammatico. Nello scorrere degli otto albi si nota un’evoluzione grafica che è tipica dei grandi artisti. Lo stile spontaneo, lineare, volutamente tremolante e piatto è divenuto impostato, sicuro, profondo. L’esplosione cromatica pop e psichedelica si restringe in gamme di accordi dall’eleganza rétro. Questa evoluzione prosegue, sempre più pittorica, con le immagini per quasi sessanta titoli pubblicati al di fuori della collana in questione, ed è ancora in corso. Galloni continua a dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che i prodotti per bambini vanno curati fino all’estremo. Con la sperimentazione in atto negli anni Settanta l’illustrazione italiana per l’infanzia compì un grosso balzo in avanti e credo che sull’importanza di questi libri, ormai storicizzati, si sia ancora detto troppo poco.

(1) più recentemente, nel 2010, il libro è stato tradotto anche in Olandese ad indicare che non è affatto datato e risulta ancora oggi molto divertente.

(2) Gilberto Filippetti (1936 – 2009) è stato uno dei creativi più rivoluzionari della storia della pubblicità italiana. E’ solitamente ricordato per l’invenzione dello slogan “Chi Vespa mangia le mele”.

Robin dei pirati, testi di Ermanno Libenzi, illustrazioni di Adelchi Galloni, Arnoldo Mondadori Editore, 1973, cartonato, formato in quarto, a colori.

Le straordinarie avventure di Baciccia nell’Africa Misteriosa, testi di Ermanno Libenzi, illustrazioni di Adelchi Galloni, Arnoldo Mondadori Editore, 1973, medesime caratteristiche del precedente.

Baciccia nel Far-West, testi di Ermanno Libenzi, illustrazioni di Adelchi Galloni, Arnoldo Mondadori Editore, 1974, stesse caratteristiche degli altri due albi.




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