L’ascesa di Philippe Druillet, da disegnatore incompreso a gloria nazionale

Un visionario alla corte di Francia

illustraz per chaos

di Giorgio Perlini

Il mio primo incontro con Philippe Druillet è legato ad una convalescenza infantile. Costretto a letto per pochi giorni da una febbre estiva ricevetti da mio padre un albo a fumetti fresco di stampa. Si trattava di un delirante racconto di fantascienza ai limiti della leggibilità. Infatti me lo leggeva lui, perché io non riuscivo neanche a trovare la giusta successione delle vignette. Avevo solo otto anni, non capivo granché di quella narrazione e probabilmente i disegni ebbero un effetto aggravante sulla febbre, tanto da segnare per sempre la mia passione per l’assurdo. L’editore – Mondadori – pubblicava dal 1968 albi cartonati francesi, ed il successo in primis di Asterix, poi di Lucky Luke e del Commissario Sanantonio lo aveva convinto all’azzardo. L’albo era veramente una scommessa, costituiva già l’estrema avanguardia oltralpe dove i ragazzini giravano col fumetto d’autore sottobraccio, figuriamoci in Italia, dove a parte i citati albi Mondadori si stampavano solo Topolino, Tex, Diabolik, Alan Ford, qualche supereroe e gli allora famigerati erotici. L’albo in questione era I viaggi fantastici di Lone Sloane e per la cronaca Mondadori perse la scommessa; il libro risultò decisamente troppo difficile, finì presto in giacenza di magazzino e restò per parecchi anni piazzato in bella posta nelle bancarelle dei venditori a metà prezzo. Non solo l’esperimento non venne ripetuto ma per vedere un secondo cartonato di Druillet in Italia abbiamo dovuto aspettare fino al 2001 (quasi trent’anni!!!) quando il Grifo Edizioni ha ripreso le avventure di Lone Sloane con l’albo Chaos. Oggi I viaggi fantastici di Lone Sloane è un cult, opera (quasi) prima e per certi versi insuperata di uno dei fumettari più originali del mondo. Ma nel 1973 oltre mio padre furono in pochi a spendere 1500 lire per l’acquisto di un’opera che sembrava un’accozzaglia di tavole allucinate, disegnate da uno a cui ogni tanto slacciavano la camicia di forza. La storia era un pretesto per disegnare, anzi per mostrare il piacere di disegnare ed esibire una fantasia superiore a qualunque aspettativa. Per questo Druillet vanta da allora un numero elevatissimo di fans. Ogni pagina sembrava progredire con l’intento di superare lo sbalordimento suscitato nella pagina precedente, portando il lettore alla sindrome di Stendhal dopo pochi fogli. Certo Druillet non aveva l’eleganza dei classici, non era un maestro di bravura, mostrava talvolta insicurezza nelle anatomie ed un certo grezzume nei chiaroscuri ma la sua creatività era scatenata, senza limiti. Era l’unico, veramente l’unico, a riuscire a disegnare universi interi. Gli altri disegnatori mostravano dei personaggi, magari degli ambienti, ma nessuno come lui aveva una dimensione così cosmica. Insomma, se l’uomo è un essere limitato, non può immaginare l’infinito; e invece Druillet, nella sua follia al confine con la saggezza, ci riuscì, e ci riesce ancora con le opere più recenti. Le sue figure microscopiche fluttuano in scenari sterminati composti da contorni, ombre, decorazioni, dettagli fitti che rendono la sensazione del movimento, come se stessimo guardando la sezione di un formicaio. Come può tutta questa roba stare dentro ad un uomo solo? E infatti non ci sta, e Druillet per non deflagrare usa dita e pennino a mo’ di sfiatatoio. Qualcosa che deflagra c’è comunque, sono quelle pagine convulse, da leggere – guardare capovolte, poi di sbieco, poi da rimettere diritte, dove sebbene talvolta l’artista cerchi disperato l’autocontrollo attraverso le simmetrie, queste vengono sovraccaricate di elementi elettrificati che riconducono all’entropia originaria; pagine destrutturate in cui l’estrema libertà compositiva è metafora di una apologia anarchica post sessantottina. Eppure l’opera di Druillet è pregna della cultura artistica degli ultimi tre secoli, francese e non solo: lo spazio spiraliforme dove si intrecciano le figure aliene è derivato dai vortici delle incisioni di Gustave Doré per la Divina Commedia dantesca, i ponti gettati da un pianeta all’altro citano i disegni di Jean Ignace Isidore Grandville per il suo Un autre monde, capolavoro assoluto e poco noto del prematuro Surrealismo ottocentesco, le fughe prospettiche a perdita d’occhio rendono tributo alle Carceri d’invenzione che Gian Battista Piranesi realizzò all’acquaforte a metà del Settecento, così come i palazzi dalle prospettive molteplici e contraddittorie  sono ispirati alla grafica di Maurits Cornelis Escher. Talvolta Druillet ricorre anche a soluzioni pop-optical tramite scacchettature in bianco e nero o attraverso sagome dai colori solarizzati, così in voga nella fotografia degli anni Settanta. E anche per i suoi personaggi potremmo trovare parecchi riferimenti: le numerose bocche urlanti sembrano voler trasportare Edvard Munch in contesto fantascientifico, le mani contorte escono dal manuale di anatomia per artisti di Burne Hogarth ( il più dotato dei disegnatori di Tarzan ), i chiaroscuri a colpi larghi e spigolosi richiamano quelli dei supereroi di Jack Kirby. Nel complesso si respira un’aria spruzzata di fragranze decadentiste, non a caso tra i testi si rinvengono poetiche citazioni di Baudelaire. (Druillet sarebbe l’ideale illustratore moderno di A rebours di Joris Karl Huysmans, romanzo evocativo e vertice letterario delle sua epoca, di cui tra l’altro esiste una sola edizione illustrata degna, risalente agli anni Trenta ed opera di Arthur Zaiderman).

Eppure, e questo è davvero incredibile, Druillet non assomiglia a nessuno. Né può essere imitato, tanto personale è la sua follia creativa.

Lone Sloane è un ex-umano divenuto una sorta di Prometeo siderale, fuorilegge ma con una sua dignità, costretto a vagare per le galassie, in lotta contro Dei superbi e viziosi che esercitano soprusi sulle creature inferiori. ( Sì, ricorda anche Silver Surfer, ma l’ingenuità poetica americana che inventava elementi come la tavola da surf cromata e volante cede il posto ad una consapevole rabbia disperata che trova sfogo in situazioni di violenza e di sesso in un futuro decisamente degradato ). Il futuro si presenta con l’ossessione di una tecnocrazia opprimente che ripristina i ludi gladiatorii ma non riesce a dar sfogo alle tensioni, costringendo alla lotta contro il sistema; dunque vascelli pirata veleggiano tra le costellazioni a caccia di fortuna e draghi primordiali trasportano in volo guerrieri ribelli di derivazione samurai, vichinga, egizia, maori. Questa poetica della disperazione prosegue in tutte le opere di Druillet raggiungendo un apice nichilista ne La Notte, in cui si narra di bande di teppisti motorizzati dalle cavalcature simili a gargoyles che scorrazzano per la metropoli mentre il cibo scarseggia, il morbo dilaga, la delinquenza e la prostituzione prolificano, la droga assurge ad unico oggetto del desiderio e la morte diventa meta ambita e consolazione.

Il tempo ha dato ragione alla sfrenata fantasia dell’artista, non nel senso che il futuro si prospetta in visuale pessimista come nei suoi fumetti ma nel senso che il cosmo immaginato da Druillet si è rivelato tanto incisivo da rendere l’autore uno dei più noti e stimati di Francia. L’isolato artista border-line che caparbiamente rifiutava le insistenti richieste degli psichiatri di sottoporsi a test per misurare il grado di schizofrenia è avvezzo da diversi anni a ricevere le attenzioni delle autorità francesi che gli commissionano considerevoli opere pubbliche – tra cui spicca il rinnovamento architettonico della stazione parigina del metro “Porte de la Villette” (1985) – e lo celebrano con retrospettive personali e riconoscimenti nazionali come il “Grand Prix National des Arts Graphiques”, assegnatogli dal Ministero della Cultura francese nel 1996.

Mondadori in quel lontano 1973 aveva forse intuito che in quelle tavole sregolate c’era sì della follia ma di quella che corrisponde alla genio. Quella che porta l’arte avanti nel tempo, dove l’artista arriva per forza da solo e deve aspettare il pubblico. Con pazienza, per trent’ anni.

 

La produzione di Druillet in Italia è stata pubblicata in modo quantomeno frammentario; varie storie lunghe non sono mai state tradotte e molte storie brevi, pubblicate da riviste mensili come Metal Hurlant e Totem non sono ancora state raccolte in volume. Risultano comunque ben curati nell’edizione e fondamentali per comprendere la poetica dell’autore i seguenti albi:

Philippe Druillet, I viaggi fantastici di Lone Sloane, Mondadori, 1973, cartonato, in quarto.

Philippe Druillet, La Notte, Totem Comics, Edizioni Nuova Frontiera, 1981, albo doppio della Collana Umanoidi, brossurato, in quarto.

Philippe Druillet, Chaos – Lone Sloane, Grifo Edizioni, 2001, cartonato, in quarto.

Philippe Druillet, Nosferatu, Grifo Edizioni, 2002, cartonato, in quarto (albo particolare, stampato in tricromia con argento).

Jacques Lob e Philippe Druillet, Delirius – Lone Sloane, Grifo Edizioni, 2003, cartonato, in quarto.

 

Biografia:

 

Philippe Druillet è nato a Tolosa nel 1944. Estroso e stravagante fin da bambino, si appassiona presto alla fantascienza ed alla fotografia ma trova la vena creativa più alta nel disegno, in particolare quello destinato al fumetto. Nel 1966 pubblica il suo primo libro, Le Mystère des abimes. Contemporaneamente si diverte ad alimentare la fama dell’inesistente Necronomicon, il trattato di stregoneria partorito dal genio letterario di Howard Phillips Lovecraft ; varie riviste francesi ed americane mandano infatti in stampa alcune pagine apocrife, realizzate dallo stesso Druillet, che dichiara di aver reperito una copia del libro in circostanze misteriose e di averla successivamente trascritta. Quella manciata di tavole, per la totale incomprensibilità e l’impressione di immediatezza esecutiva, rimane  la più indovinata versione grafica del grimorio maledetto. Nel 1972 il volume Le six voyages de Lone Sloane ha l’onore di inaugurare la serie di albi “Collection fantastique”, che da allora non ha cessato di esistere. Nel 1974 Druillet fonda con Moebius, Dionnet e Farkas il gruppo Les Humanoides associés.  Diventeranno la casa editrice della rivista Métal Hurlant, considerata una leggenda del mondo dei fumetti. L’artista crea anche Vuzz, opera celebre per la rottura degli schemi classici, sia narrativi che grafici, impostata su una sorta di automatismo psichico alla Andrè Breton, con una storia che procede in modo imprevedibile ed un disegno gettato sul foglio senza mediazioni, con un tratto ruvido che suscita una certa repulsione e al tempo stesso attrae. Nel contesto di Vuzz tutto è deforme e putrescente, così da spiazzare i lettori delle opere successive come Mirages (1976) e soprattutto Salammbo (1980), connotate invece da lirismo ed eleganza.

Un anno dopo, mentre disegna La Nuit , scompare a causa del cancro, dopo una lunga sofferenza, sua moglie Nicole. Nonostante si tratti di una morte annunciata, l’artista ne esce sconvolto, e l’opera, già di per sé pessimista diventa, se possibile, ancora più disperata. Le tavole diventano un susseguirsi di invocazioni verso l’amata e maledizioni nei confronti della vita e della fallacità della scienza. Il risultato è fortemente poetico, commovente e come sempre delirante.

Parallelamente ai fumetti collabora alla produzione cinematografica nazionale e non, con manifesti sia per registi celebri (William Friedkin, per il quale visualizza vari disegni per il film Il salario della paura (1977), Jean-Jacques Annaud, per cui progetta le immagini pubblicitarie per La guerra del Fuoco del 1981ed Il nome della rosa del 1988), che di nicchia (Jean Rollin e i suoi tre cult horror-erotici tra cui spicca Les frisson des vampires  del 1970).

Nel 1984 è la volta delle sculture in pasta vitrea per la ditta Daum e delle opere in bronzo, acciaio e resina per la casa d’arte “Space art creation” da lui stesso fondata. I soggetti sono quelli mitologico-fantastici ricorrenti nei fumetti, con le misure che superano anche i due metri d’altezza. L’anno successivo gli arriva la commissione dalla città di Angouleme di un grande dipinto sul tema della tecnologia; l’opera originariamente esposta nella sede del Comune è stata successivamente collocata nel Centro Nazionale del Fumetto dell’omonima città. Accanto alla fantasia si afferma sempre di più la caratteristica della versatilità e negli anni Novanta il maestro si dedica al progetto di tappeti, gioielli e boccette di profumo, oggetti prodotti in pochi ricercatissimi esemplari.

A quanto si dice Druillet costituisce il primo caso di creativo per il quale si sia tenuta una mostra mercato (1984), nei locali parigini di Drouot, che comprendesse dipinti, sculture e fumetti tutti realizzati da un unico artista.

 

Apparso su Kustom World n.8 del 2011




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