Un gioiello di carta

L’incredibile "Dantis Amor" di Vittorio Grassi

 

copertina di Giorgio Perlini

C’è stata in Italia una casa editrice che ha fatto la storia dell’editoria artistica. Ha coraggiosamente pubblicato capolavori illustrati secondo un gusto poco italico e che sarebbero rimasti altrimenti a noi sconosciuti, ha messo a punto il pionieristico e seminale periodico Emporium, ha perfezionato i sistemi di tricromia e quadricromia usati per le riproduzioni a colori stampate separatamente e poi incollate all’interno del libro, ed ha perfino superato il livello qualitativo delle edizioni originali inglesi e americane. Giusto le edizioni d’arte Henri Piazza di Parigi reggevano il confronto. Stiamo parlando delle Arti Grafiche di Bergamo (1) e l’epoca è quella compresa tra il 1908, anno in cui vede la luce in Italia Alice nel paese delle Meraviglie ed il 1921, anno della pubblicazione del volume oggetto di questo articolo; poi pur proseguendo una produzione di tutto rispetto l’editore non raggiunse più lo splendore degli inizi. Fu grazie a questa casa che giunsero nella solare penisola le malinconie di Rip Van Vinkle, del Canto di Natale, di Peter Pan, illustrati da Arthur Rackham e de La tempesta shakespeariana, delle Quartine di Khayyam e de Le mille ed una notte accompagnati dalle immagini di Edmond Dulac.

L’apoteosi di questa produzione, e forse di tutta l’editoria italiana di lusso dell’epoca è un libro meraviglioso ma poco noto, o meglio, celeberrimo come tutte le opere del suo autore ma poco conosciuto in questa veste data l’esiguità delle copie tirate; trattasi della Vita Nuova di Dante, per l’occasione ribattezzata Dantis Amor dichiarando una dipendenza intellettuale dall’interpretazione del poeta operata da Dante Gabriel Rossetti (2). L’opera vide la luce nel 1921, concepita per celebrare il sesto anniversario della scomparsa dell’Alighieri, ed anticipa quel clima di grandiosità nazionale voluto dal futuro regime. Si presenta come un volume in folio con una preziosa copertina in seta viola con scritta argentea e ricami dorati, tessuta da Vittorio Ferrari. Sul retro copertina sono riportate le due date MCCCXXI e MCMXXI. Il calligrafo Enrico Brignoli inventò i caratteri per la composizione del testo, Nestore Leoni disegnò il frontespizio e tutti i fregi, sempre diversi per intreccio e colore e sempre rialzati con oro, che incorniciano le pagine sui due lati minori. L’illustratore Vittorio Grassi (1878 – 1958), cui è dovuta anche la simbologia della copertina, dipinse gli acquarelli per le tavole interne. Le cartiere Milani di Fabriano realizzarono per l’occasione una carta pesante simulante la pergamena con il motivo della copertina Dantis Amor impresso in filigrana su ogni foglio. La già celebrata tecnica di stampa spiccò un’ulteriore balzo qualitativo sperimentando stavolta un processo con ben sette colori. Ne vennero stampate solo 1321 copie ( la scelta di un numero così insolito è dovuta alla corrispondenza con l’anno della morte del poeta ), probabilmente tutte fuori commercio e destinate alle autorità,  numerate e riportanti la firma autografa dei due principali artefici ( la copia n.1 venne donata alla regina Maria Josè di Savoia ). Il lavoro impegnò per quattro anni gli artisti, i quali si prodigarono in ogni modo per ricreare un antico codice miniato; come vedremo però, il medioevo venne inevitabilmente rivisitato alla maniera di inizio secolo. L’esperimento sembra effettuato sulla scia di quello tentato nel 1916 dall’editore George Harrap che affidò la Vita Nuova, tradotta in Inglese da Rossetti, all’artista Evelyn Paul, già dedito da tempo all’illustrazione dantesca. Il libro uscì solo nel Regno Unito, in formato in quarto ma con più varianti di copertina compresa quella in pelle borchiata. Trattasi di un gran bel lavoro, ma gli Italiani fecero ancora meglio.

Ora bisogna sapere che nel momento dell’elaborazione di questo articolo il sottoscritto ha in mano il libro dopo anni di ricerche poiché finalmente è riuscito a scovarne una copia ad un costo ridicolo. Il sottoscritto si sta dunque sforzando di esaminare l’opera con il dovuto distacco emozionale e scevro dal condizionamento dovuto alla mitologia del pezzo; con questi accorgimenti si riscontra che la bellezza è dovuta più alla ricercatezza grafica, alla cura legatoriale ed al confezionamento dell’intero prodotto che alle, seppur notevoli, illustrazioni. Vittorio Grassi dipinse 40 acquerelli con rigore accademico, belli nella loro adesione al modello preraffaellita ma senza impennate creative. Di quella misura classica, sicuramente più consona al pubblico italico dei grovigli dovuti al pennino di Rackham, l’artista sembra fare bandiera, contrariamente a quanto accadde – e accade ancora – a chi prova a misurarsi con la Divina Commedia, come Franz Von Bayros, che nel medesimo 1921 affronta il sommo poeta con analoghe velature cromatiche ma calandosi nelle bolge con l’allucinata fantasia di un eros sconosciuto alla poesia dantesca (3). Qui invece, se compaiono libertà anatomiche, come nell’allungamento delle braccia di Dante nell’illustrazione di pag. XXV, l’effetto è dovuto più ad un errore parzialmente celato che ad una citazione manierista. Grassi, anche quando crea con originalità ( inquadrature sbilanciate, figure tagliate in verticale ) sembra nascondere l’ingegno, quasi temuto come uno scantonare dal  posato ed armonico tracciato, quasi condannato come un fuori tema. E così tra teorie di personaggi tutti uguali come nei mosaici di Ravenna qualche illustrazione più riuscita si mimetizza fra l’elegante fiorire dei tralci dei fregi. Credo che ciò che l’illustratore cercasse fosse l’adesione totale al testo. E’ noto che la Vita Nuova unisce poesia e prosa per giungere ad una delle più profonde dichiarazioni d’amore spirituale maschile verso quella donna che ha la facoltà d’elevare l’amante nella sfera del divino. Nei rarefatti incontri tra Dante e Beatrice c’è giusto uno sfiorarsi dell’anima. La scelta dell’acquerello si confà a questa poetica del delicato, dove ombre fantasmagoriche ( come quella proiettata dal poeta stesso nell’ illustrazione per il noto “ tanto gentile e tanto onesta pare ” ), che entrano in campo lasciando fuori inquadratura i rispettivi padroni, restano trasparenti, poco vigorose. E pensare che l’immagine più bella è proprio quella con le fumigazioni delle candele ( pag. LXVIII ) che si uniscono a formare creature spirituali, ed anche qui l’intingere il pennello in colori più forti unito ad una maggiore pressione del polso avrebbe giovato. Nel momento drammatico della morte di Beatrice appare a pag. LVI l’oscura signora in persona, con i gigli in mano, che altri ( come il già citato Dulac ) si sarebbero impacchiati nel descrivere, ed invece Grassi smorza di nuovo evitando di disegnare il teschio ed accennando appena alle falangi. I personaggi del buio XIII secolo si illuminano dipinti come citazioni di Gentile da Fabriano e Pisanello, modelli per una grazia senza turbamento, pittori di figure che finiscono con l’incarnarsi nell’abito che indossano, di damaschi pregiati, di accessori luccicanti. La mimica però è più espressiva e a pagina LXXXI, al “ videro li occhi miei quanta pietate ” l’eterno femminino prende il languore d’una diva del muto. Gli ambienti invece appaiono colmi di manufatti d’arte romanica e gotica, vetrate soffiate, pulpiti marmorei, crocifissi alla Giunta Pisano, cassepanche chiodate, organi portativi nelle nicchie delle camere da letto, bracieri bronzei, mensole lignee a volute, manoscritti con legature in pelle, stemmi di pietra sotto ai davanzali; il tutto come già anticipato, riforgiato secondo il gusto fiabesco con cui Alfonso Rubbiani pochi anni prima aveva integrato le lacunose dimore della Bologna trecentesca. Un apice di ricreazione d’atmosfera si raggiunge a pag.XIX, dove un’ acquerello mostra il poeta addormentato a cui appare in sogno Amore: un tendaggio scostato rivela la scena, ma è proprio sulla tenda che deve concentrarsi la nostra attenzione; all’ osservatore attento essa appare tessuta col medesimo motivo ornamentale della copertina del volume (àncora, ala, fiamma, giglio, nodo, melograno, albero, rosa, castello, colomba, chiave della vita. La stella di David e la svastica convivono serenamente, pochi anni ancora ed accostarle diventerà provocazione e blasfemia); ecco la conferma dell’idea che il libro vuol essere un autentico codice, anzi un codice che poteva trovarsi a casa dell’Alighieri, magari vergato dal suo stesso pugno. Anche la firma dell’artista, per esteso nelle tavole di dimensioni maggiori, in quelle di formato stretto si riduce in monogramma così che la V ed una G spigolosa a triangolo si sovrappongano formando una stella a sei punte.

Il Novecento, secolo del progresso inarrestabile ma anche di nostalgiche romanticherie, cristallizza le sue contraddizioni in opere come questa. Nel momento dello straripare futurista, solo sei anni prima che Fortunato Depero mandi alle stampe poche costosissime copie di un altro celeberrimo libro, quello di acciaio ed alluminio dell’editore Dinamo Azari, emblema della modernità ad oltranza, le Arti Grafiche di Bergamo creano il capolavoro passatista. Grassi e Depero sono Jeckyll e Hyde, le gentilezze della seta damascata del Dantis Amor contro la ribalderia della legatura bullonata di Depero Futurista che fa del libro un’arma da taglio. Ma sotto la scorza metalmeccanica di quest’ultimo, come sotto le grazie decadentiste dell’altro, risiede il medesimo concetto: il libro, strumento per eccellenza di diffusione della cultura, muta a volte nel suo contrario diventando un voluttuario oggetto di collezionismo atto non alla condivisione delle idee bensì alla solitaria contemplazione della bellezza.

 

Dantis Amor, (Dante Alighieri), Vittorio Grassi, Enrico Brignoli e Nestore Leoni, Arti Grafiche Bergamo, 1921, 100 pagine doppie alla giapponese, risguardi decorati, formato in folio rilegato con copertina in seta, taglio superiore dorato, cofanetto in cartone rigido con fronte riportante impressioni a secco in oro.

Il libro è stato riproposto in analoga lussuosa versione nel 2003 da Vallecchi in tiratura di 2999 pezzi, con colori di copertina leggermente variati (tela azzurra e decori argentati). Per assurdo, o forse per ignoranza, alcune copie della ristampa vengono proposte sul mercato ad un prezzo superiore al valore dell’originale (la cui stima parte dai 500 euro per una copia in condizioni mediocri e giunge a superare i 2000 in caso di conservazione perfetta).

 

(1)    L’ Istituto Arti Grafiche di Bergamo nasce ufficialmente nel 1893 sotto la guida di Paolo Garuffi ( il quale già dal ‘73 dirigeva la ditta “Garuffi e Gatti” ) dalla fusione di più tipografie preesistenti.

(2)   Dantis Amor ( 1860, olio su legno di mogano, Tate Gallery ) è il titolo di uno dei più noti dipinti rossettiani dedicati al poeta che, nel terzo capitolo della Vita Nova, narra del suo incontro fiorentino con l’amata Beatrice.

(3)   Anche questa Divina Commedia celebrava l’anniversario dantesco. L’editore è Amalthea di Vienna, e la parentela con la Secessione traspare da ogni pagina.

 

 





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