Una donna tra gli illustratori

Le novità di Mrs. Hanscom

Rubaiyatcover

di Giorgio Perlini

Nel periodo d’oro del libro illustrato il potenziale evocativo insito nelle opere di alcuni romanzieri e poeti (Poe, Carrol, Coleridge, Dante) contribuì alla formazione di quello stile illustrativo nato con l’intenzione di celebrare gli stessi romanzi e poesie. In mezzo opere tutte occidentali spicca, proprio per la quantità e qualità degli autori che si sono cimentati con la sua trasposizione in immagini* un testo persiano poco noto in Italia se non fosse per la prestigiosa edizione del 1910 delle Arti Grafiche di Bergamo, illustrata da Dulac e tradotta per il nostro mercato; trattasi delle Quartine di Omar Khayyam, (o Rubayyat di Umar Hayyam), una raccolta di versetti di un astronomo e matematico vissuto a cavallo tra l’ XI ed il XII secolo dopo Cristo. Sembra che la totalità delle quartine raggiunga il migliaio ma esistono molti dubbi sull’originalità delle stesse, così come sulla loro interpretazione, il cui senso nelle traduzioni inglesi e francesi risulta quasi agli antipodi. Nel 1859 Edmund Fitzgerald operò la per la prima volta la traduzione di 75 quartine in lingua inglese e del libro venne molto apprezzato l’inno alla vita ed alla gioia che propone, con tanto di esaltazione dell’alcool e degli stati d’ebbrezza connessi. Nondimeno vi compaiono riflessioni malinconiche sul trascorrere del tempo e sulla morte, ed alcuni strali lanciati contro l’intolleranza del clero musulmano.

Dobbiamo considerare che dalla seconda metà dell’Ottocento in Europa si diffusero mode orientaliste ed esotiche (La grande odalisca di Ingres risale addirittura al 1814). Eugene Delacroix fu uno dei primi pittori a riportare a Parigi le sue impressioni sulla luce e sui colori del Marocco, sugli abiti sgargianti delle donne algerine, sulle volute di fumo dei narghilè, sulla pericolosa sinuosità delle tigri. Queste ultime suggerivano l’antico fascino delle brutalità circensi del civilissimo impero romano, tema ricorrente nelle rievocazioni della pittura di Storia, sempre presente nelle Esposizioni Universali, dove pure si costruivano padiglioni orientali pieni di attori che mettevano in scena usi e costumi di quei popoli lontani nello spazio e a volte anche nel tempo (tableau vivant sulla vita nella preistoria, nell’antico Egitto, a Babilonia). In questo contesto va inquadrata la straordinaria interpretazione delle Quartine ad opera di una fotografa americana, Adelaide Hanscom Leeson. Era nata nel 1875 ed aveva imparato i segreti della fotografia nello studio di un’altra fotografa, Anne Brigman, collaboratrice di Stieglitz e della storica rivista fotografica Camera Work. Nel 1902 la Hanscom aprì il suo studio a San Francisco e terminò la realizzazione delle immagini per Le Quartine nel 1905, anno in cui andò in stampa il libro, prima che il terremoto del 1906 causasse l’incendio dei locali di posa e la distruzione di tutti i negativi.

Per la prima volta si era fatto ricorso alla fotografia per corredare non un testo scientifico bensì un libro di poesie, vi si vedevano dei nudi femminili stampati al di fuori della clandestinità che caratterizzava le pubblicazioni da cartolina erotica e, ancora per la prima volta, comparivano nudi maschili. La Hanscom dimostrava perizia nell’uso non solo delle ottiche ma di tutte le tecniche di elaborazione post scatto, giungendo ad immagini che per passaggi chiaroscurali si avvicinavano molto a dipinti. La sua ricerca rientrava in quella del foto pittorialismo, genere in cui i fotografi, avanzando il diritto che la loro attività fosse meritevole quanto quella dei pittori, dunque cercando di sostenere che la fotografia fosse Arte, cercarono l’emulazione sulla lastra di vetro di ciò che i pittori facevano sulla tela. Nacquero così immagini molto complesse, ottenute atteggiando i modelli in pose classiche ed illuminandoli nei modi più suggestivi, composte di più negativi stampati sullo stesso supporto finale. Anche nella definizione delle superfici si cercava l’effetto del pennello, si inventavano nuovi sistemi di stampa non solo per questioni di praticità ma anche per migliorare l’effetto definitivo (collodio, albumina, gomma arabica) cercando il massimo della morbidezza.

La Hanscom convinse a posare per lei alcuni amici importanti: i poeti Joaquin Miller e George Sterling (il secondo dei quali, vestito da arabo, finì anche sulla copertina del libro, sebbene non in prima edizione) ed il fotografo giornalista George Wharton James (tutti ringraziati per la collaborazione nelle prime pagine). Lo stile delle foto rivela pose da ricerca spirituale preraffaellita, alcune oscurità simboliste e moderni tagli Jugendstil. Con quelle immagini la Hanscom ribalta una prassi consolidata, quella in cui il fotografo su richiesta del pittore esegue in breve tempo delle foto che ritraggono modelli vestiti all’orientale; questi scatti risparmieranno le estenuanti sedute coi modelli in posa davanti all’artista, con ulteriori vantaggi di praticità ( i modelli diventano pressoché tascabili e la luce su di essi resta invariata). A questo punto il pittore ripropone sulla tela, con tutti gli aggiustamenti necessari, ciò che il fotografo gli ha fornito. La Hanscom mostra invece che l’elemento “pittore” non è più determinante, anzi è inutile, il lavoro può spregiudicatamente fermarsi alla fase fotografica.

Il libro si apre e si chiude con due nudi femminili emblematici degli stessi concetti di apertura e chiusura, inizio e fine, alba e tramonto. La figura si svela sotto la luce e si riavvolge oscura su se stessa con la grazia delle donne di Dante Gabriel Rossetti. Tra questi due estremi del libro altre ventisei immagini raccontano l’uomo e le sue varie stagioni, contornato da vasellame smaltato, tappeti pregiati, stoffe broccate. Nonostante quella ricchezza un senso di malinconia pervade gli assorti personaggi, nelle loro stanze o sotto la luna. Le figure assumono pose geometrizzanti, spesso riconducibili al cerchio, emblema di perfezione. Gli sfondi degli ambienti interni sono piatti, non precisati ma di un unico tono senza modulazioni o realizzati con il dispiegamento di tappeti. Quando invece l’ambientazione è esterna c’è una ricerca di profondità e manca la compattezza conferendo così l’idea di vago, come se un avvolgente manto nebbioso rendesse difficile la percezione esatta dei contorni. Spicca per creatività l’immagine di Saki, una sorta di coppiera celeste e la cascata di bolle che dal suo bacile si riversa intorno alla terra. I vari illustratori hanno letto questa figura a volte come maschile e altre femminile; la Hanscom né dà una versione androgina, soprattutto nell’edizione del 1912, dove con un intervento pittorico a posteriori si rendono effeminati i tratti virili del modello. Suggestione forte esercita anche la fotografia con l’ “Angelo del cupo sorso” che offre il calice alla fanciulla, risolta con il contrasto tra due belle figure femminili, nera e solenne l’una, luminosa ed innocente l’altra.

L’opera riscosse subito il plauso del pubblico, contribuendo a fare della Hanscom un esempio di donna moderna ed intraprendente. Venne ristampata più volte ed infine si decise di provare a trasformare il viraggio seppia delle fotografie in colori. Il risultato fu straordinario, e quell’edizione (1912)** è oggi ricercatissima. Venne pubblicata con copertina in pelle con goffrature relative al titolo, The Rubaiyat of Omar Khayyam, ed al disegno d’una vite sinuosa da cui pendono grossi grappoli d’uva con le foglie appena passate con una velatura di verde, decisamente più attraente della prima versione, la cui copertina lasciava un senso di vuoto. Tutte le immagini vennero accuratamente dipinte sopra alla stampa con tinte trasparenti ma capaci di rendere corpose e vellutate le ombre, riprodotte in cromolitografia, ed infine protette da veline mute. Il problema dei libri in pelle però è che andrebbero sempre ingrassati e lucidati come un paio di scarpe, pena la distruzione prima delle cerniere e poi del resto. Anche la copia mostrata in questo articolo presentava l’inizio di uno sbriciolamento tempestivamente bloccato con un trattamento che prevede la stesura di una soluzione di sostanze resinose opportunamente diluita, utile anche per restituire alla copertina la brillantezza originaria.

Le sguardie sono marmorizzate e le fotografie, oltre che essere stampate separatamente e montate in un secondo tempo sulle pagine ( processo noto come tipped in ) sono prima incollate su cartoncino grigio. Il testo è inquadrato in tutte le pagine da filetti di geometria floreale. L’editore è Dodge Publishing di New York e sotto al titolo, viene specificato: “translated into english verse by Edward Fitzgerald; with illustrations photographed from life studies by Adelaide Hanscom” ma nell’edizione in questione una ulteriore riga aggiunge “and Blanche Cumming”. Dunque c’è una seconda misteriosa fotografa, precedentemente non accreditata; eppure le immagini non variano, né di forma né di quantità. Che si tratti di colei che ha steso il colore sulle foto? Varrebbe la pena di effettuare nuove ricerche.

 

* Tra i primi ad illustrarlo compare Elihu Vedder nel 1884, Frank Brangwin nel 1910, Rene Bull ed Edmund J. Sullivan nel 1913, Arthur Szyk negli anni Quaranta, e Willy Pogany che dal 1909 al 1942 la illustrò ben tre volte. Anche due dei tre fratelli Robinson diedero le loro rispettive versioni, risulta difficile però stabilire l’anno delle prime edizioni.

** Una prima edizione a colori, meno sontuosa, risulta quella della nota casa inglese George Harrap, con copertina in pelle scamosciata rossa, datata 1908.




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