Cercando tra i segni

L'Albo Benedettino di Mario Zampini

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di Giorgio Perlini

L’Albo Benedettino di Mario Zampini è la chimera della produzione già di per se sfuggente di uno scenografo degli anni Trenta della Scala di Milano che prestò le sue abilità disegnatorie al servizio dell’illustrazione, specie di libri destinati ai ragazzi. Di Zampini si ricorda la partecipazione alla realizzazione della celeberrima collana “La scala d’oro” curata da Ferrante e Palazzi (tra i cui titoli spicca un’interpretazione memorabile del Faust ) e i tre libri-teatro dell’Hoepli con le storie di Alì Babà, La bella addormentata e Cenerentola (1942), editi anche in tedesco ed ambiti dunque dai collezionisti d’oltralpe. Oltre alla partecipazione all’Enciclopedia per Ragazzi Mondadori (1949), una serie di cartoline con la vita di S.Antonio da Padova pubblicate in occasione delle centenario del Santo del 1931 e la realizzazione di alcune storie a fumetti, tutte opere abbastanza reperibili, di Zampini risulta poco altro, se non fosse per l’Albo Benedettino. Venne stampato nel 1922 dalle Arti grafiche Bozzo e Coccarello di Genova, in soli 500 esemplari. L’opera, proprio perché rara, non è molto conosciuta, e può capitare di scovarne una copia a prezzo decisamente basso.

Per l’Albo Zampini esegue dieci immagini di grande formato, iniziando a rivelare quel talento visionario che resterà una delle costanti di tutta la sua produzione, anche quella destinata ai ragazzi, e che è motivo del suo innegabile fascino agli occhi degli adulti quanto del suo probabilmente scarso appeal sui più piccoli. Si deve superare una certa difficoltà nella lettura dei disegni di Zampini, un barocchismo delle forme che conduce a fatica verso la ricerca dello spirituale, sì, a fatica, perché per elevarsi è necessario partire da terra, dalla materia, per giungere al bianco bisogna passare attraverso i neri. Zampini rende bene il percorso tormentato della vita di S.Benedetto, le tentazioni, le cadute. A cercarlo bene si potrebbe trovare il diavolo nascosto in ogni tavola come un’ immagine subliminale, incastrato in mezzo ai segni, che appare quando meno ce lo si aspetta. Le figure nascono seppellite ed al contempo esaltate da un formicolare grafico che Paola Pallottino in Conformismo e contestazione nel libro per ragazzi (Cappelli, 1979) ha descritto in modo efficacissimo:“(…)scontri titanici che sembrano generarsi in un microcosmo brulicante di insetti impazziti che un entomologo visionario colga nel loro forsennato riprodursi, o immersi in una soluzione satura in cui tutte le possibili forme di cristallizzazione nascono e muoiono ininterrottamente nella più forsennata convivenza (…)”

Quel microcosmo costituirebbe certamente un soggetto interessante per la psicanalisi.

Il libro è impaginato con la precedenza delle tavole, a cui fa seguito uno scritto che presenta sinteticamente la situazione storica in cui visse il Santo, procede con il racconto della sua vita e si conclude con la spiegazione della Regola benedettina e della vita monastica. Il tutto ovviamente con una giusta esaltazione della figura del Santo, anticipando certe celebrazioni che di lì a poco caratterizzeranno le pubblicazioni italiche.

Le illustrazioni di Zampini fanno riferimento ad alcuni momenti salienti della vita di Benedetto, cominciando dal suo abbandono di una Roma (anno 510) vetusta per mete incognite ma che sapranno ispirargli il giusto da fare. Benedetto è seguito dalla nutrice e la scena avviene sotto ad un cielo bizzarro da cui uno spiraglio di luce trasforma le nuvole in concrezione rocciosa, una voragine che fa apparire l’esodo come se si svolgesse sottoterra, un viaggio ctonio rischiarato dalla presenza d’una poco afferrabile entità spirituale. Lungo la strada-grotta are abbandonate riecheggiano culti pagani tramontati e, sullo sfondo, al di sopra delle rovine dell’Urbe corrotta, effluvi di rituali perversi si fondono a comporre il volto del demonio. Le tavole proseguono con il romitaggio di Benedetto, inginocchiato e rivolto al cielo al culmine di un’illustrazione verticale dove la natura ostile è tutta un intreccio di rovi e piante irriconoscibili, dotate dalla natura di foglie come armi da taglio. In basso un fiume attraversa serpeggiando quel mondo selvaggio. L’immagine del serpente ricorre anche due illustrazioni dopo, e forse non solo come simbolo diabolico. Si ha per ora l’impressione che il Santo, dopo il viaggio cupo, sia giunto alla luce, che dopo il discendere ci sia stato il risalire, ma il percorso è ben più lungo e queste prime due tavole si pongono come una sintesi di ciò che verrà. Le due tavole che seguono sono un alternarsi tra suggestioni quattrocentesche (Beato Angelico e Gentile da Fabriano) e cupi paesaggi tardo romantici dove i templi continuano a stagliarsi su boschi di cipressi abitati da animali volanti con la coda, ibridazioni di rettile e chirottero. Di lì in avanti vediamo Benedetto lottare contro le forze naturali per poter “costruire”. La Natura è la sede del caos cosmico dove le materia regna informe e compito del Santo è domarla per imporre un ordine attraverso l’intelletto. Benedetto capisce che deve edificare il suo convento proprio come una “grande opera”. I suoi aiutanti bonificano, disboscano, usano ciò che la natura offre cambiando stato alla materia, il fango dell’argilla diverrà la terracotta dei mattoni destinati all’abbazia di Montecassino. Tra i suoi collaboratori ce n’è uno che sta eseguendo dei disegni e tiene vicino a sé il progetto di una strana architettura a pianta latitudinale con un simbolo che potrebbe essere una rosa dei venti per indicare l’orientamento dell’edificio ma di fatto corrisponde alla trasmutazione dei metalli in oro. Il Santo, svetta in piedi su tutti e si pone come l’artefice demiurgo, contrappone alla corruttibilità della materia la purezza dell’anima. Queste tavole sono dominate dagli elementi terra ed aria, ma poco più avanti arriva l’acqua. Santa Scolastica, sapendo di essere vicina alla morte, prega affinché suo fratello Benedetto si fermi quella notte con lei per parlare di Dio, ma la regola impone al Santo di rientrare al convento. Un violento temporale si scatena all’improvviso, costringendo Benedetto a fermarsi con Scolastica. Zampini immagina un diluvio universale, la scena è letteralmente inondata, il tratteggio diagonale della pioggia rende i soggetti appena distinguibili. Ancora una volta la natura si oppone, nella tavola precedente perfino la neve fiocca nera come la pece. Il racconto prosegue e tocca l’apice immaginativo nella penultima illustrazione, quella con la visione di Benedetto. Tale visione fu nella realtà molto più diretta e semplice di come l’artista la realizza; il Santo, di spalle, apre una separazione in un muro nero di mostri, cadaveri semidecomposti, demoni alati e dallo squarcio emerge una cattedrale di luce, di uno stile gotico contaminato da Gaudì, di là da venire al tempo di Benedetto ma la potenza dei visionari arriva dovunque, ed è quasi come se la costruzione emergesse dagli abissi tanto è liquida, forse plasmatica. E’ avvolta da schiere di angeli in gloria. Ancora buio e luce, nigredo ed albedo. Con l’ultima tavola si giunge al bagliore accecante della rubedo (ed all’elemento che mancava, il fuoco). Una figura, forse Dante, accompagnato da una guida luminescente, vede il volto del Santo emanare luce come un faro nel cielo più notturno (canto XXII del Paradiso) in un’illustrazione innegabilmente derivata da Gustave Dorè. E’ un’esplosione pirotecnica, che rende pallida perfino la luce delle stelle. Zampini riesce a restituire l’effetto di abbaglio con la china sul foglio bianco cercando una soluzione quasi optical, un contrasto che fa male agli occhi, e dopo un po’ stordisce il lettore, già frastornato dalla miriade di segni precedenti.

Sia chiaro, sulla vita di Mario Zampini esistono ben poche notizie e di sue presunte vocazioni alchemiche non si sa proprio niente, dunque non sarò certo io a fare di lui un Principe di Sansevero del Ventennio, ma l’interpretazione mi sembrava così calzante che ho creduto inopportuno non suggerirla. Immaginatevi – mi rivolgo ai fortunati possessori dell’opera – se l’Albo fosse composto solo dalle prime dieci pagine, quelle con le figure di Zampini: non sarebbe un meraviglioso esempio di Mutus Liber ?

 

Albo Benedettino di Mario Zampini con cenni storici su S.Benedetto di Alice de Micheli, edito dalle Arti grafiche Bozzo e Coccarello di Genova, 1922.

Edizione in 500 esemplari dei quali 20 fuori commercio: 80 su cartoncino martellato, numerati da 1 ad 80 e 400 su cartoncino vergato, numerati da 81 a 480.

Il formato è in folio grande orizzontale, cartonato.

Le tavole sono dieci più il frontespizio ( con l’effigie di San Benedetto come sulla copertina, che simula la tecnica del mosaico, ed un finalino con la croce che nasce dalle ceneri di Roma, simboleggiata da una lupa allattante i gemelli ed una colonna, entrambe sbrecciate). Tutte le tavole sono stampate in marrone scuro su fondo ocra chiaro e sono protette da veline mute.




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