Le visioni infernali di Hans Ruedi Giger

Quel diavolo d’aerografista

Alienegg1

di Giorgio Perlini

Mi ricordo perfettamente la prima volta che mi caddero gli occhi su di un’opera di Giger. Era all’interno di un libro sul dietro le quinte del film Alien di Ridley Scott. Era il 1979, il film era appena uscito in contemporanea col libro ed io non l’avevo ancora visto. Allora avevo quattordici anni e quei pochi soldi in tasca li spendevo tutti in libri illustrati ma in un artista così spaventoso e al contempo così fotografico non mi ero mai imbattuto. L’immagine che tanto mi colpì mostrava la sezione di un uovo extraterrestre contenente un organismo a forma di mano scheletrica artigliata, avvolto da miasmi. Emanava la sensazione del freddo e dell’umido ed era così convincente che non riuscivo a capire se fosse realmente un’illustrazione oppure una fotografia. Il trucco? Aerografo.

Anni dopo Giger dirà del suo stesso lavoro: “ Ci sono ancora pittori ed altri esperti che sostengono che non sia possibile creare arte con la pistola a spruzzo, come se fosse il pennello a garantire la qualità. Io penso che uno sappia perfettamente usare l’aerografo, che ritengo il mezzo più diretto, quando questa tecnica non è più visibile nel quadro ”.

Personalmente ritengo che i migliori dipinti dell’artista svizzero siano quelli eseguiti negli anni Settanta ed Ottanta. Trattasi di opere di grandi dimensioni, realizzate completamente a spruzzo (acrilici ed inchiostri su carta incollata su legno), di solito a mano libera, poche maschere, molta abilità nei movimenti morbidi del polso. E quando sfugge una coda di colore vaporoso fuori del campo, quando l’aerografo lascia una scia di troppo, va bene così, diventa elemento integrante dell’opera, o al massimo la si riprende appena, volutamente malcelata con un colpo più scuro ed altrettanto diafano. Perché è così la pittura di Giger, tutta ottenuta per trasparenze e sovrapposizioni, anche quando si arriva al nero pieno resta evanescente, mai materica.

I soggetti cari a Giger sono macabri, frutto di sogni malati e di una passione insana per l’occultismo. Tant’è che, all’epoca del libro su Alien, scoprii che la casa editrice Les Humanoides Associes di Parigi aveva pubblicato un suo catalogo intitolato, citando il famigerato H.P.Lovecraft, H.R..Giger’s Necronomicon. Mi misi subito sulle tracce del libro per scoprire che non solo era esaurito ma, secondo certi librai, un cospicuo numero di copie era sparito dalla circolazione senza motivo apparente. Per saziare la mia bramosia dovetti aspettare fino al 1984 quando il libro, bellissimo, venne ristampato da un editore di Zurigo e a tutt’oggi ne circolano varie copie anche in rete. Per i non addetti al lavori il Necronomicon è uno dei cosiddetti pseudo-biblia, cioè un libro che nella realtà non esiste ma di cui si è scritto come se fosse vero. L’inventore è Howard Phillips Lovecraft, prolifico scrittore americano degli anni Quaranta, che nei suoi straordinari racconti ne attribuisce la paternità ad uno Yemenita pazzo dell’ VIII sec. d.C., Abdul Alhazred; il Necronomicon narrerebbe dei grandi Antichi che abitavano la terra prima degli uomini e dei rituali per farli tornare, ma condurrebbe alla follia o alla morte coloro che osassero leggerlo. Ecco, Giger dovendo dare un titolo alla raccolta dei suoi funebri dipinti, aveva ben pensato si scegliere qualcosa che suonasse come maledetto e contemporaneamente attirasse l’attenzione dei molti estimatori lovecraftiani.

Accanto ai temi occulti, esemplificati da una simbologia occidentale ben codificata di scheletri, teste di caprone, serpenti, pentagrammi, croci capovolte e strumenti di martirio attraverso i quali si perpetua l’eterna lotta tra Bene e Male, troviamo il tema altrettanto inquietante del futuro dell’umanità; si prefigura uno scenario apocalittico dove le città sono caratterizzate da grattacieli-totem nati dall’unione di teschi umani e circuiti integrati, e la ricerca genetica ha trasformato gli uomini in esseri biomeccanici identici nella loro deformità, embrioni rugosi affetti da nanismo prodotti in serie e pronti alla guerra, già attrezzati alla nascita con armi al posto degli arti. I macchinari sono invasivi, penetrano in bocca, escono dal ventre, tramutano le figure femminili in contenitori per la riproduzione seriale. Su tutto si stende una sottilissima pelle trasparente, un po’ scivolosa ma simile ad una crisalide. Anche gli insetti infatti fanno parte dell’immaginario del pittore, non tanto quelli “compiuti” ma quelli allo stadio larvale. Spesso le chiome delle figure femminili sono costituite da creature vermiformi e gli sfondi sembrano fatti di uova e schiuma. Le composizioni, specie quando vi sono visi in primo piano o figure intere in evidenza, sono impostate secondo una simmetria con asse verticale, oppure con una vista laterale fortemente prospettica tendente alla rappresentazione di spazi sconfinati, dove spunta la formazione da architetto dell’artista. Quando non emergono creature in primo piano i dipinti di Giger possono essere ritenuti paesaggi. Si tratta di vedute microscopiche quasi cellulari, ovviamente di una biologia aliena dove anche il metallo diventa carnoso. Oppure di lande dove l’orogenetica ha modellato i rilievi in forme copulatorie, peni e vagine ulcerati incastrati a ripetizione modulare, tanto da suscitare spesso, negli spettatori più tradizionalisti, cori di polemiche per esibizione di oscenità. Eppure, gli incubi di Giger esercitano un certo fascino; le forme scelte dall’artista richiamano l’arte gotica e quella liberty, insomma l’orrore è elegante. Quelle gorgoni ammiccanti con le forme sinuose che sanno di latex, quelle streghe con le cosce lunghe ed i tacchi a spillo, hanno una loro carica erotica ma mostrano i segni della decomposizione già in atto. E’ per questa doppia valenza che l’opera di Giger risulta così disturbante, essa attira e suscita repulsione allo stesso tempo. Anche l’alieno che l’ha reso famoso, quello del film di cui parlavamo all’inizio, è una creatura spietata, un predatore puro tutto fauci ed artigli, studiato apposta per incutere terrore, eppure ammalia il pubblico con le movenze misteriose di una pantera e l’aspetto lucido d’un coleottero. (Nel secondo film della serie, Aliens-scontro finale, si scopre la regina che depone le uova, sorta di gigantesca mantide – scorpione, sicuramente la più insettoide delle creature di Giger). Di fronte alla doppiezza di queste opere viene anche da chiedersi se l’artista sia spaventato dal futuro, usi la pittura come catarsi e profeticamente ci voglia mettere in guardia, oppure al contrario, sia compiaciuto del peccato, adepto di rituali ctoni, e magari così bravo a dipingere per aver fatto un patto di sangue con chissà quale divinità oscura. E’ il carattere fortemente surrealista di tutto il suo operare a creare tali contraddizioni. Surrealista e anche simbolista, come dimostra uno dei dipinti più straordinari, l’omaggio all’ Isola dei Morti di Arnold Boeklin, dove si vede un cimitero emergere dalle acque come la punta di un iceberg, e sotto si percepisce l’immensità di una struttura biologica che continua fin nell’abisso.

Il gusto scenografico ritorna negli effetti speciali (oltre ai già citati film sugli extraterrestri anche in Poltergeist II e Species le sequenze più shockanti si avvalgono delle sue creazioni), nelle numerose copertine di dischi (alcune delle quali giudicate tra le migliori della storia della musica, come Koo-Koo di Debby Harry, e successivamente Brain Salad Surgery di Emerson, Lake & Palmer. Gli originali delle due illustrazioni eseguite per questa copertina sono state rubate nel 2005 da una retrospettiva a Praga, ed è stata offerta la somma di 10.000 dollari a chi sarà in grado di rintracciarle), nelle sculture (statue, fontane ed altre opere pubbliche), nei gioielli (monili e pendenti), e negli oggetti di design (insoliti mobili per pochi collezionisti dal gusto eccentrico. A Tokyo e a Coira esistono perfino dei locali, chiamati proprio Giger’s Bar, il cui aspetto, dal pavimento al soffitto, è tutto frutto della sua fantasia). Insomma ci troviamo di fronte ad un vero artista attivo in tutti i campi. A Gruyères, in Svizzera, c’è anche un antico castello che è diventato il suo museo personale. Però mi piace scriverne per il modo in cui è entrato nel mio immaginario, papà di quell’alieno per il quale vinse l’Oscar, con quel dipinto con le mani-zampe dentro l’uovo, così impossibile, così realistico…

 

Per chi volesse conoscere bene l’opera di Giger si consigliano i seguenti volumi, i primi tre per  la cura dell’apparato iconografico ed i successivi due per il testo critico, tra l’altro in lingua italiana:

 

H.R.Giger’s Necronomicon, Edition C, Zurigo, 1984 e successive ristampe, volume in folio con copertina in brossura.

H.R.Giger’s Necronomicon II, medesime caratteristiche del precedente.

H.R.Giger’s Biomechanics, tutto come sopra tranne l’anno di edizione che è il 1988.

H.R.Giger ARh+, Taschen, Colonia, 1991, in quarto, copertina in brossura.

www HR Giger com, Taschen, Colonia, 1996, in quarto, copertina cartonata.

 

Biografia:

Hans Ruedi Giger è nato a Coira (Svizzera) il 5 Febbraio del 1940. Fin da bambino disegna e modella, incoraggiato dalla madre. Durante gli anni delle scuole superiori e’ particolarmente attratto, per sua dichiarazione, dalle armi, dai temi occulti e dal sesso. Crea all’interno della casa dei suoi genitori la “camera nera” una sorta di stanza degli orrori dove spera di poter condurre, al buio, le ragazze. La passione artistica gli viene contrastata dal padre farmacista che vorrebbe intraprendesse studi da geometra. Frequenta la Kunstgewerbeschule di Zurigo, rivelando abilità non solo nella pittura ma anche nel design e nell’arredamento. Nel 1964 inizia a pubblicare i suoi lavori e nel 1966 tiene la prima personale a Zurigo. Negli anni tra il 1970 ed il 1995, pur segnati dalla morte di persone care, sono quelli della sua fama, che diventa mondiale non solo per le numerose esposizioni delle opere (dipinti e sculture) ma anche per la sua determinante collaborazione a progetti cinematografici tra cui Dune, i primi tre film della saga di Alien, Poltergeist II, Species. Vengono anche girati diversi documentari che commentano il suo lavoro con interviste. Nel 1998 a Gruyères è stato aperto, ospitato all’interno del castello medievale cittadino, il Giger Museum.

 

Apparso su: AEROART ACTION n.1 del 2009




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